Niente. Un ragguardevole bel niente.
Sono, credo semplicemente per una banale coincidenza, entrambi
presenti nelle line up di due festival, due fra i festival musicali
diciamo “alternativi” più importanti del panorama della Toscana
meridionale: il Live Rock Festival di Acquaviva e il Warehouse
Decibel Festival di Arezzo (San Zeno, per la precisione). Rassegne
che si sono accavvalate ieri, togliendosi del pubblico potenziale a
vicenda (più The bloody beetroots a Galeffi/Shade/Digitalism che non
il contrario) e offrendo una difficile scelta per passare un
tranquillo venerdì di fine estate.
La sovrapposizione è interessante.
Festival “alternativi”, dicevamo, e
ribadisco le virgolette. Da una parte il modello Acquaviva, un
esempio di festa sostenile e ben organizzata, diretta da una crew
giovanissima. Dall'altra il Warehouse che, non ufficialmente, ma in
pratica è lo spin-off del Mengo, evento nato con fierezza sulle
ceneri sporche di Arezzo Wave conquistandosi una sua sana identità.
Nel mezzo un panorama musicale
contradditorio e sfuggente che per una serie di congetture storiche
si trova a godere dei festival, probabilmente l'unico momento di vera
soddisfazione economica e professionale per chi vive di musica, dove
un pubblico sempre più eterogeneo, più informato sugli artisti ma
forse meno consapevole dei propri gusti, ascolta canta e balla quasi
per inerzia. In un'epoca in cui, a occhio e croce, il fenomeno dei
djset ha perso la spinta propulsiva in favore di un ritorno al live e
al cantautorato, assistiamo al paradosso per eccellenza del movimento
indie che diventa mainstream. (Da applaudire, in questo senso, la
lungimiranza di chi studia le line up del Mengo, da Calcutta e Coez
in tempi non sospetti, a Levante chiamata un mese prima che
diventasse giudice di X Factor).
I critici musicali non ci dormono
più la notte, tutto è fluido e niente è etichettabile, forse
è un
bene così, e forse è anche un bene che il buon Galeffi, un
cantautore neanche di primo pelo sconosciuto fino a dieci mesi,
esploso quasi per caso dopo una serie di sold out in un locale di
Roma (mi sono informato durante il suo live leggendo alcune
interviste, e non su Wikipedia, perché su Wikipedia non è censito...),
faccia un tour estivo di 70 tappe in tutta Italia; e forse non è neanche strano
che dopo di lui arrivi sul palco Shade, sicuramente più conosciuto
perché Bene ma non benissimo l'hanno cantata anche i nostri nonni,
accolto però da un pubblico che “sembra il funerale di mia zia”
(cit. Shade stesso) e che fa fatica a seguirlo.
Insomma, i festival oggi assomigliano
un po' tutti al concertone del Primo Maggio: un bel polpettone di musica fritta. Solo che lì a Roma,
almeno fino a qualche anno fa, c'era un'ideologia – sociale o
politica che la si voglia chiamare – a unire la passione degli
spettatori.
Oggi c'è la musica in senso astratto,
direi naked, e c'è la notizia che la musica produce di se stessa. E
poi il deserto. Musica che ha perso l'identità generazionale e/o sociale e/o culturale e
probabilmente ha perso gran parte della sua espressività concettuale
(“tanto del testo non ne ho bisogno”, confessa candidamente
Rovazzi nel suo ultimo singolo), ma che resiste nell'etere e aggrega
le masse nei festival.
E questa è l'unica cosa che conta.
O no?

