Contrariamente alle mie consuetudini,
Lisbona non è stata pianificata. Per le tempistiche ristrette,
certo, ma anche perché avevo questo sentore – confermato da quasi
tutte le recensioni che oserei dire “semplicistiche” dei siti
acchiappaclick del tipo Le 10 cose imperdibili a Lisbona! oppure I 30
misteri oscuri della Lisbona segreta -, il sentore di una città
intima e discreta, una specie di Amsterdam del sud, più calda e più
pittoresca. Da vivere con l'olfatto e con la vista, da vivere di
pancia, senza cartine.
Ahimè, dopo cinque giorni di
soggiorno, cinque giorni effettivi, ti sarai accorto che i ritmi di
vita di Lisbona dilatano il timing delle attività in modo imprevisto
e imprevidbile. Seppur piacevole. Scopriremo poi che tale premessa
non è banale.
Day 1. Scoprire Lisbona alle prime ore
del mattino, complici il volo all'alba e l'ora indietro, era un'idea
stranamente accattivante che non ho potuto realizzare per i ritardi
dovuti a una violenta grandinata che ha svegliato i residenti di
Ciampino. Atterriamo con le nuvole basse e una fitta pioggerella,
umida e fastidiosa. Altro che accattivante, approcciare Praca do
Comercio con la foschia, 16 gradi appiccicosi, con il giubbotto
invernale addosso e senza occhiali di sole (che sarebbero comunque
poco utili, visto che il sole va e viene, peggio di Londra) i
pavimenti di marmo fradici e scivolosi, non è stata una bellissima
esperienza.
Girelliamo a caso e in circa 78 minuti vediamo tutto ciò
che c'è da vedere nel centro di
Lisbona, compresa il Carmo, una San
Galgano portoghese, bellissima e struggente, peccato per quel tappeto
posticcio di erba verde smeraldo, che fa la stessa figura di un
comico a un funerale. Comunque sia, Lisbona è tutta qui.
Bella
fregatura, eh.
Eh, no.
Day 2. Innanzitutto, Lisbona è anche
Belem, con questo lungo-Tago armonioso, direi pacifico, nonostante la
tangenziale che sfreccia accanto. Visitare la Torre omonima è quasi
d'obbligo più per motivi concettuali e storici che non estetici, ma
lo facciamo volentieri. Altrettanto volentieri saltiamo a piè pari
il Monastero dos Jeronimos in favore di una foto cool al Monumento
alle Scoperte che non conoscevo e che giudico con 5 stelline
semplicemente per la sua prospettiva “altra”, rivolta verso il
nuovo mondo, e non verso noi poveri spettatori pettegoli che siamo
costretti a guardarlo di profilo.
Pranzo al Mercado de Ribeira, un
tagliere di prosciutto e formaggi misti, e devo ammettere che a 30
anni ancora mi stupisco di come le città che apparentemente
(apparentemente!) si mostrano conservatrici nei costumi sappiano
tirare fuori dal cilindro queste perle di modernità. Il mio stupore
si trasforma in ammirazione a LX Factory. Un piccolo quartiere di
industria creativa, con negozietti non banali, spazi riqualificati
con intelligenza, mostre di design d'avanguardia e una libreria
enorme dove c'è un artista di origini italiane che accoglie di
persona i turisti nel suo laboratorio.
Day 3. Il giorno della gita fuori
porta. Sintra-oceano-Cascais. Sintra era stata etichettata come
fiabesca, ma perché mai, chissà. Forse per questi palazzi
mastodontici costruiti su un'ideologia inspiegabilmente pacchiana?
Forse per i colori fuori contesto del Palacio da Pena? C'è un
ostacolo logistico da superare: non avendo a disposizione tutto il
giorno, o scegliamo i due palazzi alla sommità (Pena e Mouros) o
scegliamo Quinta da Regaleira. L'intuito, da buon amante del Bosco
della Ragnaia, e alcune recensioni attendibili mi hanno tracciato la
strada per la seconda opzione: un'immensa tenuta aggrappata sulla
collina, con piccole torri panoramiche, labirinti, grotte, tunnel
completamente bui, cascatelle e un pozzo iniziatico. Non so decidere
se è un parco giochi per bambini o un percorso ante-litteram di orienteering, forse è un mix di entrambi, ci
divertiamo ma tutto finisce lì: contrariamente al Bosco della
Ragnaia, l'estetica del paesaggio della Quinta rimane semplice
arredamento d'esterni e non può definirsi arte.

Scrivo “estetica
del paesaggio” e non posso non ricordare l'oceano. Per i comuni
mortali ancora sprovvisti di passaporto, Cabo da Roca è un valido
strumento ubicato sul vecchio continente per verificare di persona il
concetto di Immensità, non quella ridanciana che adesso è
tormentone, perché ci vuole anche quella sia chiaro, ma l'Immensità
Vera.
Infine capitiamo quasi per sbaglio a Cascais, una cittadina di
mare, mancava solo la Gelateria Corradini e poi era come essere a Castiglione
della Pescaia. Notevole è la progettazione dei boulevard, disegnati
con i tipici blocchetti di pietra bianchi e neri, ma con fantasie e
curve diversificate in base alla distanza della riva. A replicare il
movimento delle onde. Bello.
Day 4. Iniziamo dall'Oceanario e da
quel capolavoro di ingegneria urbanistica che è il Parco
delle Nazioni,
del quale alcune zone sono state lasciate morire. Mi piacerebbe
capire come si è arrivati fin qui, come mai il centro commerciale
Vasco da Gama (enorme!) e il suggestivo viale delle bandiere che
ricorda l'Expo conducano verso stradine pedonali tristi con fondi dismessi e
degrado. Non è critica, è semplice curiosità antropologica.
Il
pomeriggio doveva esser dedicato al Castello di Sao Jorge, ma... è
chiuso. Ripieghiamo sul Miradouro da Senhora do Monte, il più alto
dei tanti belvederi di Lisbona, e l'unico dal quale in condizioni
ottimali si può lanciare lo sguardo oltre il ponte del 25 aprile.
Dopo un curioso e simpatico aperitivo
trascorso in fila alla cassa del supermercato (scherzo, l'aperitivo
non l'abbiamo preso, ma tempo ce ne sarebbe stato, e credo nessuno si
sarebbe accorto se avessimo aperto e scolato un “Prosecco”), la
festa di mezzanotte è in Praca do Comercio e i suoi fuochi
d'artificio in 3D. Impieghiamo quasi un'ora per uscire dalla piazza,
è evidente che qui la notizia dell'incidente di Torino dello scorso
giugno non è arrivata mancopel, però sopravviviamo alla calca e al
terrore dei pickpocket e con fierezza approdiamo al Barrio Alto.
Quartiere che, al di là dei saldi sui cocktail (!!!) e delle birre
medie a un euro, fa notizia prima di tutto perché è meta turistica.
Nel senso, i turisti ci vanno non tanto per divertirsi quanto per
essere spettatori del divertimento. La movida che diventa prodotto
turistico. É una cosa buffa, pensateci.
Day 5. Il tour di Alfama e dei
miradouri si trasforma nel tour di Alfama, e poco altro, perché
Alfama detiene l'anima intima di Lisbona e gli va portato rispetto
visitandola con tutta la calma del mondo. Folkloristico il tram
giallo, acciuffato quasi fortuitamente il secondo giorno a Martim
Moniz, e simpatico per un selfie insolito, ma Alfama va camminato. Se
fossi il sindaco di Lisbona vieterei l'ingresso al quartiere alle
apine tuk tuk, che scarrozzano i turisti come fosse una luna park.
E qui, signori, veniamo ai motivi della
premessa.
Lisbona, città orientata verso il nuovo mondo, fortemente
radicata alla cultura neolatina, intima e molto poco interessata alle
vicende dell'Europa continentale, non per snobbismo ma per motivi
prettamente geografici, è una capitale a misura d'uomo, piccola e
funzionale (al secondo giorno avevo già buttato la cartina), dove l'asfalto lascia volentieri il posto a spaziosi marciapiedi di pietra bianca, dove le caratteristiche piastrelle azzurrine spezzano i colori caldi dei tetti rossi, dove le
radici profonde e i nuovi spazi moderni si integrano con armonia,
dove dalla rigorosa Baixa, quartiere ricostruito per intero dopo il
terremoto del 1755 con geometrie perfette, si sale al più bohemien
Chiado tramite quattro semplici rampe di scale mobili.

C'è un però,
un però che stona esattamente come stonano le gru o i casermoni di
cemento armato che rovinano alcuni skyline dei miradouri. Lisbona
vive un percorso di emancipazione, iniziato per inerzia dopo la fine
della grande crisi economica (che qui ha picchiato duro), un percorso che non si sa dove e come avrà termine, e forse non avrà mai
termine e forse sarà bene così, e poi alla fine a chi importa?, ma
sicuramente a tutto ciò non sta giovando la violenza del turismo di massa,
esploso senza freni e senza regole – apine tuk invadenti,
buttadentro molesti, ristoranti pseudo-italiani che non hanno neanche
l'insegna scritta in italiano! L'apice del fenomeno si trova appunto
a Sintra, un paesino deturpato suo malgrado dalle logiche del
business del turismo, e noi che ci preoccupiamo di Cortona o
Volterra...
Tutte cose viste e riviste in tutte le altre città del
mondo, ma mentre a Roma o Parigi abbiamo imparato a conviverci,
partendo da lontano, regolamentando dove è stato possibile, qui pare
che sia arrivato tutto e subito. Non è piacevole accollarsi mezz'ora
di camminata in salita per scoprire che il Castello è chiuso, né
passare 50 minuti in fila al supermercato perché nel centro
pulsante della Baixa esiste solo un supermercato, né constatare che
la mattina del primo gennaio sono aperti solo i cosiddetti ristoranti
turistici e che la colazione si trasforma in una caccia al tesoro,
però in fin dei conti è meglio così.
Abbassate le saracinesche per
Capodanno, e io saprò che i vostri pastel saranno i più dolci e i pià autentici di tutti.