domenica 25 settembre 2016

Non abbiamo gli anticorpi contro i gruppi WhatsApp

Ho sempre sostenuto, e sempre sosterrò, che per interpretare i social network e saper surfare con leggiadria nelle onde impetuose di un oceano troppo immenso quanto sconosciuto, siano richiesti due requisiti di base: o hai vissuto l'era dei Messenger; o sei nato dopo il 1997 e con i social ci sei cresciuto, inzuppandoci dentro i Plasmon. 

Chi non ha almeno uno dei due requisiti è fortemente vulnerabile. Non ha gli anticorpi. O la patente, se si capisce meglio. La spiegazione di questa mia teoria sociologica è discretamente articolata e leziosa, basterà dire per il momento che passare da L'eredità di Carlo Conti all'infinito dei social – senza tappe intermedie – è come dare una Ferrari a un ragazzino senza patente. Come far scendere la Gran Risa alla seconda lezione di sci.

Eppure, volendo continuare la metafora degli anticorpi, sta dilagando a macchia d'olio l'epidemia dei gruppi WhatsApp, probabilmente l'unico social – o più precisamente un servizio social – per il quale gli anticorpi di cui sopra sembrano non essere sufficienti.

Siamo tutti frangibili. Vulnerabili. I gruppi WhatsApp – eredi con i risvoltini e le Converse delle chat di gruppo – si evolvono secondo delle precise regole antropologiche e sociologiche che sfuggono a ogni letteratura precedente. La nuovissima opzione del tag, che permette di notificare un messaggio a un determinato contatto all'interno di una chat collettiva (chi da secoli ha silenziato i gruppi vivrà sonni agitati, tac!), è solo l'ultima regoletta di un giochino di società che sarebbe anche caruccio, e senza dubbio innocuo, se non fosse che 1) ogni giorno nascono nuovi gruppi, inglobando o mixando chat già esistenti, e ponendo serie difficoltà a chi ha un minimo interesse a seguire la vicenda – con conseguenti perdite di tempo enormi; 2) molte comunità reali (squadre sportive, classi scolastiche, associazioni... finanche Giunte comunali o Consigli dei ministri!) per comodità finiscono per sostituire il confronto diretto con il confronto su Whatsapp. Ed è una bestemmia.

Le peculiarità – senza precedente! - dei gruppi WhatsApp:

1) Fondamentale, prima di ogni cosa, è esserci. In più gruppi possibili. A starne fuori ci si sente come quando da bambini si formavano le squadre per la partitella al campo, e tu restavi sempre l'ultimo a essere scelto. In Msn la formazione di chat di gruppo era più effimera, estemporanea. Ogni sera si creava il capanello più opportuno, non erano massonerie, non erano circoli riservati ai soli soci, e la sera dopo si ricominciava. E le chat non accompagnavano tutta la nostra giornata.

2) Quando ci sei, poi, tempo qualche giorno e silenzi il gruppo perché le notifiche sono la principale causa di stress dell'uomo post-post-moderno. Lo silenzi per un anno. Potrebbe venir fuori, allo spuntar di luna, una discussione seria, tu non vieni notificato, ne resti fuori e alla fine succede che a) un membro ti sollecita in privato (annullando di fatto il significato del gruppo) oppure b) nessuno ti caga di striscio e tu ti incazzi. Ma con chi?
Nb: nei telefoni gamma Sony, ma credo in tanti telefoni Android, esiste la modalità Stamina che praticamente sospende i dati quando non usi il telefono, in altre parole si silenziano i gruppi senza silenziarli davvero. Vivamente consigliata.

3) Le chat “parallele” e private dove si commenta ciò di cui si discute pubblicamente di là, nel gruppo. Come se al ristorante, nel corso di una conversazione, all'improvviso ti mettessi a sussurrare all'orecchio del vicino commentando la cazzata che ha detto Tizio.

4) Quando poni una domanda o richiesta collettiva, magari una questione seria, possono passare ore interminabili prima che qualcuno abbia il coraggio di stampare la sua sentenza. Classico esempio: la quota per un regalo di compleanno. Non ci si espone mai così apertamente perché non vedendo negli occhi degli interlocutori un possibile accenno di assenso o dissenso, non sai mai se stai dicendo una cosa intelligente o se stai pisciando fuori dal vaso. Poi, se arriva il coraggioso che scrive e tu concordi, allora via senza pensarci con l'emoticon del pollice alto.

5) I gruppi potrebbero e dovrebbero avere anche l'accezione nobile di agevolare la condivisione e la collaborazione, ma se chiedi un favore succede che ti risponde solo chi ha validi motivi per non poterti aiutare, giustificandosi tavolta con toni risentiti (2 o 3 punti esclamativi rappresentano convenzionalmente il sentimento di risentimento, no?). Chi può ma non ha voglia, silenzio stampa.
Provate invece a inviare lo stesso messaggio anteponendo però il nome di un membro...Tempo 5 minuti e sarai accontentato.

6) Nei messaggi vocali si tende a ripetere la stessa cosa più volte, forse perché ci aspettiamo inconsapevolmente che qualcuno ci dica “ok ho capito, abbozzala” o forse perché ci garba da morire parlare a ruota libera senza contraddittorio.

7) La famigerata doppia spunta blu, causa maggiore di litigi nelle coppie nel 2015, nei gruppi perde di valore perché la visualizzazione collettiva è pressoché un'utopia. Però c'è chi non demorde e controlla con l'intelligentissima I in alto a destra tutto il report dettagliato della ricezione del suo messaggio, e poi prende appunti. Mentali. Pronti per essere rinfacciati al momento opportuno. Neanche Fabio Fazio è così rancoroso nei confronti dei suoi spettatori.

domenica 18 settembre 2016

Alzati sui pedali, immensamente ed eternamente solo

Nel mondo esistono milioni di atleti in grado di avventure sportive molto più difficili, e per ognuno di essi – forti e meno forti, lupi solitari o branchi di esauriti - esistono milioni di storie, tutte simili ma nessuna uguale alle altre, tutte degne di essere sudate, vissute, raccontate. Questo non è il diario di viaggio di un'impresa, né di una vittoria particolare, è il diario di viaggio di un Percorso e di un Obiettivo da raggiungere. Quando: 30 luglio 2016. Dove: da Pozzo Nuovo a Marotta di Fano. Come: in bicicletta.

Dopo un buon lungo il 16 luglio, le ultime due settimane di avvicinamento sono state un po' complicate. Ma non si poteva ormai rinunciare. Testa bassa e convinzione. Le ultime tre notti dormo cinque ore a notte, si dormirà la settimana prossima, non preoccupiamoci. Due borracce; due crostatine; due camere d'aria; 10 euro: premo il tasto rosso di Strava alle ore 6,58. Sotto casa, piacevole sorpresa, trovo uno scudiero che mi accompagnerà per almeno un terzo di percorso.

Allora, la prima regola e la più importante, è questa: parti tranquillo. Salgo la Montanina di 39x25 a ritmo blando, all'ombra è freschino e si sta da Dio, non passa una macchina, il mio scudiero mi segue e mi sostiene. A Trestina si sfrutta la strada a favore per fare un po' di velocità, prime avvisaglie di civiltà sveglia, donne di mezza età a camminare sui marciapiedi, vecchietti al cimitero. Lo spettacolo della domenica mattina d'estate. Fa già caldo.

Il mio scudiero mi saluta prima del bivio per Montone, resto solo con la mia adrenalina, in cuffia Tiziano Ferro si alterna a Cindy Lauper (impensabile sintonizzare le frequenze Fm, e forse è un bene). Iniziano strade inedite per me, a bocce ferme la salita per Montone la credevo meno dura, ma naturalmente adesso non penso a questi inutili dettagli.
Mancano 100 chilometri al traguardo e mangio la prima crostatina.

La strada sale ancora per Pietralunga. La strada non sarebbe inedita, l'ho già fatta una volta, era luglio ed era un caldo infernale, era il 2011, dentro una macchina troppo silenziosa per ospitare tre studenti universitari. Eppure non me la ricordo bene, ero troppo preso da altri pensieri in quella macchina, mi ricordo solo tante curve e la salita dolce e infinita. Più mi sforzo di pensare a quel pomeriggio e più mi alzo sui pedali. Te l'avevo promesso Alessandro. Spero che mi perdonerai il ritardo.

Peccato che, superato il centro di Pietralunga e superato un signore col decespugliatore che si è tolto la maschera protettiva per salutarmi (lui non lo sa, ma è l'ultima persona che vedrò nelle prossime due ore), inizia la vera salita. La civiltà scompare, ma accorre in mio aiuto il paesaggio. Appennino, duro e selvaggio. Silenzioso e incontaminato. In un tratto dove dominano il Nerone e il Catria. Salgo salgo salgo, immensamente ed eternamente solo in questa mia sfida alla Natura intera, così rassegnato a salire che alla fine inizio a scendere e neanche me ne accorgo.

Quasi mezz'ora di discesa dopo, e dopo la seconda crostatina, transito nei pressi di Pianello. La strada ombreggiata mi salva la vita perché ormai sono a secco e l'assistenza tarda a farsi viva. Di bar neanche a parlarne.
Prima di Cagli recupero tre ciclisti. Da dove vieni? Ehm, da Castiglion Fiorentino. Ma sei in vacanza? Ehm non propriamente, sono partito da casa questa mattina. Ah, bel giretto!
C'è tanto vento ma – rulli di tamburo – è a favore!
Mi va di lusso.

A Cagli arriva l'assistenza, riempio la borraccia, mangio e bevo una Red Bull. Purtroppo però resto nuovamente solo. A Cagli, inoltre, finiscono le colline verdi e iniziano le distese di campi e pianure gialle di girasoli. In direzione Pergola devo combattere i primi sintomi di fatica e afa, ma la gamba per ora è salva, e soprattutto il morale è altissimo perché il peggio ormai è alle spalle, basterà buttar giù 2-3 dentini e vedrai che 40 chilometri di pianura voleranno.
Volo davvero, sarà per il vento o per la Red Bull, non lo so. Via via che supero paesini sconosciuti, e via via che si alternano i manifesti delle rispettive sagre paesane, i funghi lasciano il posto ai crostacei; il cinghiale al branzino; i circolini con attempati giocatori di carte ai primi affittacamere vacanzieri.
Un immenso patrimonio antropologico chiamato Provincia Italiana.

Troppo immerso nel flusso, e nell'inerzia di un mulinare di gambe ormai così automatizzato che appena smetto di pedalare per rallentare a una rotonda mi prende un crampo (!), da lontano scorgo il maxi-cartellone verde del casello autostradale e quasi sussulto dalla sorpresa. E' l'A14. Mi si apre il petto, non mi rendo conto ma forse forse sorrido anche. Qualche centinaia di metri, e siamo al mare.

Dov'è che si firma?