Un po' Barcellona e un po' Madrid, un
po' Atene e un po' (molto poco) Parigi.
Città mediterranea, città
non mondiale, città così ancorata al proprio ego provincialistico da autodefinirsi
ROMA CAPITALE. Ma capitale de che?
Metropoli mai globalizzata
davvero, o forse metropoli globalizzata per prima, ante litteram, due millenni fa. Quando l'India e la Cina erano aliene, il
Brasile doveva essere scoperto e l'America addirittura doveva essere
ancora creata.
Roma del dialetto grezzo e gretto, Roma
cafona, Roma ladrona, Roma storia e poesia.
Arte sublime e metropolitane sporche. Le tombe dei padri della Patria e le scritte oscene sui muri. La maestosità estetica dei Fori Imperiali e i
selfie a San Pietro. I borseggiatori. L'angoscia di Termini e
l'angoscia di contare in tutto il perimetro interno della stazione
una (UNA) macchinetta automatica funzionante di biglietti per l'Atac,
peraltro non implementata per accettare carte e bancomat. L'impiegato
della Gnam che ti traventa addosso i biglietti gratis della prima
domenica del mese (ma ve lo immaginate voi, se lo facesse a un
turista straniero? Cosa penserebbe degli italiani il povero
malcapitato?).
Roma latina, Roma cristiana, Roma
italiana, Roma europea. Roma mondiale (ma solo in via del Corso, e
neanche tutto). Roma è tanto, è tutto, è troppo. Troppe anime non
ne fanno una. Sembra quasi che il cittadino romano medio si sia
rintanato tempo fa nella categoria culturale del “burino” per
scappare e rifuggire dalle tante identità che hanno guadato il Tevere negli ultimi 2700 anni. Come
dargli torto.
Troppa storia tutta insieme allarga lo spirito e spezza il cuore.
Troppa storia tutta insieme è bella da
vedere.
Troppa storia tutta insieme non so se
riuscirei a viverla.