giovedì 25 settembre 2014

Andrea Mari detto Brio

Il Consorzio per la tutela del Palio di Siena (Ctps) gestisce l'immagine del Palio nel mondo e, fra le altre mansioni, paga un regista televisivo affinché costui eviti accuratamente di mandare in onda riprese che possano urtare la sensibilità degli spettatori e mettere così a repentaglio la reputazione della Festa. È per questo motivo che non ho mai visto e mai vedrò le immagini dei contradaioli dell'Istrice che il 2 luglio 2013 si sono accaniti violentemente su un fantino caduto praticamente all'altezza del bandierino, dopo aver sbattuto col cavallo sul colonnino, stretto dal fantino vincitore.

Provenzano 2013. I soccorsi dei contradaioli della Lupa

Per fortuna che ci sono attimi di eternità, momenti di irrazionalità celeste, che sfuggono al controllo del Ctps. L'episodio infatti non sfuggì ai presenti, e a costoro non potè non sfuggire un sospiro di disgusto. Il Palio è battaglia, sì allegorica ma pur sempre una battaglia, e l'onore delle armi non può tollerare che ci si approfitti di chi è in difficoltà. L'esclamazione incredula e preoccupata del commentatore Rai (“oh no, stanno picchiando il Mari!”) mi inchiodò alla sedia. È finita la carriera di Andrea Mari detto Brio, pensai.
Destinato, o meglio pronosticato, a diventare il re della Piazza dopo il Palio del secolo del 2 luglio 2006, Mari in 7 anni non aveva mai mancato un'edizione (tranne luglio 2010 per una squalifica causata dalla ignobile nerbata sul muso del cavallo del Leco) ma aveva riscosso anche diverse scoppole, vincendo solo quando tutti gli altri 9 erano d'accordo che vincesse. Agosto 2009 Civetta con Istriceddu, agosto 2011 Giraffa con Fedora Saura. Quel coraggioso ma allo stesso tempo goffo tentativo di sorpassare Guess e Tittia al bandierino sembrava essere il capolinea della sua crescita, il limite estremo delle sue gloriose ambizioni.

La rovinosa caduta, unita alla serie di percosse umane, gli costò diverse fratture, fra cui quella del bacino, e un lungo stop che a 36 anni avrebbe potuto rovinargli il proseguio della carriera.

Questo è quanto dicono gli annali storici e i cosiddetti “addetti ai lavori”.

Poi c'è la Passione, il trasporto, le emozioni irrazionali (il 99% della popolazione ha un debole per uno sport, un'arte, una religione. Io c'ho questo debole qui, che ci posso fare?). Una passione nata 8 anni fa. Tornavo da Adro, provincia di Brescia, e mi stavo gustando un po' di meritato riposo. In tv il Palio. Nella Pantera, Choci e Mari. Nell'Aquila, Ellery e Lo Zedde. Ecco come andò.

                                     


Andrea Mari detto Brio viene catapultato nell'Olimpo. Come Nibali che vince il Tour, come la Fiorentina che batte la Juventus 4-2. Un qualcosa di straordinario, di leggendario. Un qualcosa che l'Adidas dovrebbe usare nei suoi spot dell'#impossibleisnothing.
Assunta 2011
Da lì in poi, tante ottime prestazioni in carriere molto simili: partenza un po' al rallentatore, primo San Martino con le briglie in mano, e poi rimonta eccezionale disegnando traiettorie eccezionali. Già, le traiettorie: come lui nessuno mai (anche se il confronto va fatto solo con l'epoca moderna, vista la recente restrizione ai mezzosangue e della loro sempre migliore adattabilità alla pista, e del resto gran parte del merito va all'Animale e non all'Uomo).

37 anni da compiere, più alto della media, senese nel sangue, senza tatuaggi kitsch e con un look da impiegato anni '90, Andrea Mari detto Brio da Rosia, frazione di Sovicille, è oggettivamente un po' sgraziato a cavallo. Apparve nel mio Paliotto, primi anni 2000, e venne anche deriso per la sua postura.
Assunta 2014
Non ha mai avuto fortuna nei Palii di potenza, tipo Fucecchio o Legnano, dove se non sai “mandare” ti doppiano, e un motivo ci sarà. Brio è un artista, un radical-chic, un estremo conoscitore del mezzo-cavallo, intelligente, brillante, furbo ma non troppo interessato alla politica paliesca: se nella corsa all'eredità di Bruschelli si è fatto sorpassare da Tittia è perché non ha mai saputo (e forse voluto) gestire quei particolarissimi intrecci di accordi, favori e controfavori di cui è pieno il mondo.

Brio, in quel mondo comandato da mercenari, è uno che ci mette anche il cuore. O perlomeno è quello che mi fa credere. Ed è già tanto.

16 agosto 2014. Dopo il lungo infortunio, dopo le indecorose presenze a Legnano e Fucecchio, fatte più che altro per allenarsi, dopo un Palio da lui orchestrato ma terminato malissimo e vinto in modo beffardo dal Drago che lo aveva a lungo corteggiato invano, Andrea Mari torna in Piazza a Ferragosto improvvisamente svuotato di tutte le attenzioni. Pare invecchiato di 10 anni, pare ormai avviato su quel famoso viale del tramonto.
Mari monta Occolè. Occolè va forte, fortissimo, tanto che l'anno prima era stato scartato per manifesta superiorità. Ma nessuno crede a loro due.
Ci crederanno poi. Quando sarà troppo tardi. Ci crederanno i contradaioli dell'Aquila, da lui sempre castigati negli ultimi 8 anni. Ci crederanno i contradaioli dell'Istrice che per un anno intero non hanno potuto cantare per colpa di quell'episodio iniziale.

Sarà anche opera del Fato. Sarà anche opera dei mercenari. Ma nel regno delle Passioni tutto torna al suo posto, prima o poi.

domenica 7 settembre 2014

Da Wimbledon a Siena, passando per Gubbio

Le fedi, in quanto tali, sono impossibili da spiegare a chi non ci crede. È impossibile perché, prima di tutto, neanche il Credente le saprebbe spiegare a se stesso.

Non c'è una ragione scientifica che ti fa aumentare il battito cardiaco allo scoppio del mortaretto di Siena, che ti fa venire la pelle d'oca nel vedere i figuranti di Gubbio che corrono tutti ammassati in una piazza attorno a una colonna, che ti fa scattare i brividi sulla schiena sulle immagini della Fiera di Pamplona
Che ti spinge furiosamente a visitare il tempio di Wimbledon, una volta arrivato a Londra, anche se ciò comporta perdere mezza giornata di vacanza e soprattutto se l'unica volta che hai tenuto una racchetta in mano è stato per la tua comunione (a proposito: ma perché mi fu regalata una racchetta, io che all'epoca avevo occhi solo per la bicicletta?).

Io però nel mio piccolo sono stato fortunato. Ragioni di altra natura le ho trovate, curiosamente tutte nel 2010.
  1. Le lezioni al corso di antropologia, lezioni per pochi intimi, simili più a sedute massoniche che a sessioni universitarie. In quel corso lo stimato professor Giacché mi insegnò il concetto di “rito autentico” e mi illuminò la strada. Incautamente ho perso quegli appunti, ma non ho perso la memoria del rito autentico.
  2. Non ho mai perso invece l'articolo che Gianni Clerici scrisse per Repubblica. Lo ritagliai e l'ho conservato per i posteri. Eccolo
     
    Era il 29 luglio 2010 e lui, balzando con il pensiero da Wimbledon alle corride spagnole che in quei giorni vennero vietate per legge a Barcellona, scrisse: 
    L'abolizione del rito in cui l'uomo si ritrova di fronte a quello che rappresenta, insieme, la brutalità e la morte, e riesce a sconfiggerle, con il coraggio, l' intelligenza, il dominio di sé. Quei politici hanno creduto all'opinione degli animalisti che ritengono la corrida una incivile crudeltà, ignorandone la storia e i simboli.
  3. L'intervista su Canale3 a Gianluca Mureddu, fantino sardo che ricordava con le lacrime agli occhi la sua caduta dantesca dal Paradiso all'Inferno nel giro di 88 secondi. 16 agosto 2009: al suo esordio in piazza con i colori del Leocorno, Mureddu vede vincere e soprattutto scuffiare la nemica Civetta. 

    Mureddu, da allora, non ha più corso il Palio. Dedicato a chi crede che i fantini siano luridi mercenari, e infatti lo sono, ma sono mercenari che si inchinano alla leggenda del Palio.

La voce Wikipedia sul rito è piuttosto stringata. “I riti sono strettamente connessi con la relione, il mito [omissis] e la sfera del sacro: ogni rito religioso svolge la funzione di rendere tangibile e ripetibile l'esperienza religiosa, sottraendola alla dimensione tutta privata della mistica”.
(Levatevi dalla mente di intendere il termine religione come lo si intende a scuola, altrimenti rischiamo di fraintenderci).

Che si voglia seguire la dottrina di De Martino o quella di Malinowski, o quella di chi pare a voi, in antropologia è scientificamente accertato che l'uomo, in quanto animale sociale, ha bisogno del rito come dell'acqua e del pane. Con lo spirito sempre teso verso l'Infinito, ma consapevole di non poterci arrivare (lo diceva un certo Pascal, mica il Trippi), e impaurito dalla sua piccolezza in confronto all'enormità della sua storia e della modernità da lui creata che lo potrebbe prima o poi divorare, l'uomo deve necessariamente racchiudere i suoi desideri di Infinito entro schemi e modelli definiti e controllabili. Il rito autentico gratifica e rassicura al tempo stesso, il rito autentico riassume e riproduce la Storia nel qui ed ora. Non sto parlando di cose astratte: quando l'Italia gioca ai Mondiali e tutti noi ci sentiamo partecipi di un'emozione collettiva (di cui spesso non siamo consapevoli), siamo felici se si vince o ci disperiamo se si perde, ma siamo comunque protagonisti di un rito. Peraltro l'unico rito autentico di natura sportiva nel nostro Paese.

Ma quali sono e quanti sono i riti autentici? E soprattutto quali sono le differenze fra un rito autentico e un rito, diciamo così, senza offesa, posticcio? Un rito cioè che ha solo l'estetica di un rito ma che difetta a livello ontologico, ossia manca di partecipazione, trasporto, spirito? Non lo so. O meglio, a giudicare dall'esterno, quasi tutti sembrano posticci, poi però arrivi lì a Montepulciano l'ultima domenica di agosto oppure a Passignano a fine luglio, e senti dal calore della gente, dai polpacci muscolosi dei figuranti, dagli occhi emozionati delle ragazzine, dalle bandierine in mano dei bambini, capisci che quello che per te è posticcio, per loro è maledettamente serio.
E pertanto va portato rispetto.
Come si porta rispetto a tutte le religioni di questo mondo.

Ok, non c'avete capito niente?
Bene. Vi consiglio il prossimo 16 agosto di recarvi in piazza del Campo a Siena. Ci sarà un po' di confusione, dovrete pazientare un po'. Aspettate le 19. E poi “sentite” quello che succede, durerà pochissimi minuti.

Ne riparleremo insieme, dopo.