sabato 18 gennaio 2014

Un cancelletto ci seppellirà

#instablog #instavortice #esperimento #seguitemiseviriesce


Ci sono mondi paralleli, immensi e a volte sconosciuti, oltre al nostro. Il mondo della moda e delle fashion blogger, per esempio. Un mondo a sé, dove sembra che la crisi non esista, la normalità non esista, dove ci sono persone che per lavoro creano Immagine. Sarà per questa parolina magica, #immagine #outfit #coloricaldi, che le fashion blogger sono, da un punto di vista darwiniano, tremendamente avanti. #darwin #evoluzionismo #laleggedelpiuforte
Le fashion blogger si sono auto-organizzate un #contest europeo con presidente di giuria tale Chiara Ferragni. Alla vincitrice, una giovane donzella spagnola, è andato in premio un cancelletto, un # con bracci lunghi circa 40 centimetri. #generazionecancelletto. 

Tutte belloccie ma non bellissime, tutte vestite impeccabilmente, tutte residenti in posti dove l'erba è verde #smeraldo, il cielo è blu #cobalto, le nuvole bianche come la #panna, e dove i ricordi sono sempre del color #seppia. E dire che il mondo è a colori dal 1974 almeno. #picoftheday #accentuacolori #filtri. Queste ragazze, ma c'è anche qualche ragazzo (tale Mariano Di Vaio tempo fa fu ospite a #Camucia, e incredibilmente i giornali non ne parlarono. I giornali sono sempre 10 anni indietro), vivono la loro vita twittando e instagrammando continuamente quello che comprano e dove vanno. Ma loro ci guadagnano. Sono #avanti, appunto. E noi?

Dissolviamo la nostra esistenza nell'etere, un po' come fa l'Aspirina nell'acqua, e la “spacchettizziamo” a colpi di #. Non c'è tempo per scrivere frasi compiute, via i grafismi inutili, il tempo è denaro nell'epoca delle batterie degli smartphone!...E le tastiere non hanno neanche gli accenti.

E i #, più sono brevi, più sono intensi. Meno svolazzi, più colpi al cuore. Una foto, una frase di Jim Morrison, un tweet. Comunica, comunica, comunica. Colpisci, colpisci, colpisci. Non importa cosa dici, ma dillo! Via i fronzoli grafici dei barocchi anni 70, oggi tutte le #campagne pubblicitarie usano Arial e il maiuscolo (guardate per credere il trailer de The wolf of Wall Street, è Martin Scorsese eh, non Checco Zalone).

Non solo le tecnologie, anche l'Uomo è passato dall'era analogica a quella digitale. Non più un #flusso continuo e scorrevole di informazioni, ma un flusso alterno di elementi univoci, i cosiddetti #bit. 1 e 0. 0 e 1. #scienza #tecnologia #rivoluzioneinformatica. Anche l'Umanità si è spacchettizzata in bit. Miliardi di piccoli pacchetti di bit, che soli nel mondo, senza flusso analogico che li metta in serie in modo armonico e funzionale fra di loro, sentono l'estremo bisogno di entrare nell'album delle figure Panini, per comunicare a tutti gli altri bit la loro #identità digitale.
UN BEL SELFIE TI SALVERA' IL WEEKEND.
Io sono uno 0 e ne vado fiero.

#finoallafine #nonsimollauncazzo

lunedì 13 gennaio 2014

Il capitale umano

Il capitale umano
Di Paolo Virzì; con Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Bentivoglio, Fabrizio Gifuni, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio.
Voto My Movies: 3 stelle e mezzo
Voto Cavalli Selvaggi: 8 e mezzo



Sgombriamo il campo dai luoghi comuni: Il capitale umano non è un film sulla crisi dei valori (come ce lo spacciano i media, perché la crisi dei valori fa molto figo), né un thriller; soprattutto non è una didascalica pittura del destino infame che si è portato via un poveraccio, sbarbato via dalla sua bici da un pirata della strada a Ornate, paese inventato della Brianza che di vero ha il finale in -ate, appunto. Il capitale umano prende spunto da tutto ciò, ma lo fa come meschino pretesto, perché in realtà è un qualcosa di oltre. Il capitale umano è probabilmente il miglior prodotto di Paolo Virzì, forse il migliore della stagione in Italia.

È quasi impossibile, oltre che ingiusto, provare a raccontare la trama del film senza
spoilerare né confondere il lettore. Tutto ruota attorno a questo incidente mortale, un fatale investimento che sconvolge la vita di due famiglie. I Bernaschi, famiglia ricchissima con grossi poteri nel mondo della finanza; e gli Ossola, nucleo medio guidato da un arrivista medio (un eccezionale Fabrizio Bentivoglio), disposto a tutto pur di entrare negli affari dei Bernaschi, anche a giocarsi il futuro della figlia (come recita il trailer). A legare le due famiglie è l'amore del rampollo della prima per la figlia unica dell'altra. Massimiliano e Serena, due 18enni. A legare le due famiglie all'incidente è che il pirata anonimo guidava il Suv di Massimiliano.

Adesso penserete che tutto il film gioca sulle peripezie investigative e i traumi familiari che seguono l'accaduto: niente affatto, in realtà ciò che succede dopo ci viene appena accennato. Il film trova la sua forza devastante in ciò che succede prima. Una sorta di investigazione ante-factum pennellata in una Brianza oscura ed eterea, vista dalla prospettiva di un regista livornese trapiantato a Roma, che a Milano c'era andato giusto in gita al liceo. E' una Brianza sconosciuta, che sembra quasi parlare un'altra lingua.

Il geniale espediente drammaturgico che usa Virzì è la storia vista da tre diverse prospettive, espediente che aiuta ad accentuare in modo esasperato quello che secondo me è il sentimento fondamentale del film: l'individualismo. A tal proposito si notino i tantissimi primi piano schiacciati su Dino o Carla, con la camera traballante che restituisce ansia, oppure il fatto che ci accorgiamo del dente storto che rovina il sorriso fresco e giovane di Serena a film praticamente finito. Fra segreti e scene che tramortiscono le sicurezze dello spettatore, ogni personaggio vive sulla pelle il distacco incolmabile fra la propria individualità intima e l'immagine che gli altri hanno di lui. E provano a somatizzare questa situazione di vero disagio psichico con orpelli vari: dal tennis (Giovanni Bernaschi), al teatro (Carla Bernaschi); dall'arrivismo spietato (Dino Ossola) al sogno di una maternità tardiva (Roberta).

Sembrano così implodere su se stessi, distaccandosi dalla sfera della relazioni umane e sociali e non comprendendola. Babbo Bernaschi non è deluso per il figlio quando costui perde il titolo di miglior studente dell'anno, è deluso per sé, per il prestigio andato a puttane. Tiro in ballo Pirandello e Freud, lo so, ma è Virzì stesso a tirarli in ballo durante il film, e già ne La prima cosa bella si poteva tratteggiare un'analisi psicanalitica dei personaggi. Niente di nuovo e di originale, forse. Ma qui colpisce l'inconsapevolezza, l'immediatezza della resa cinematografica. Come si è arrivati a tutto questo, invece, non lo sappiamo e non lo sapremo mai. Bramosia di denaro? Crisi di valori? La mafia? I cinesi? Fate voi, amo Virzì (anche) perché dà ampi spazi di interpretazione. Alla fine comunque c'è il buono (anzi due). Così è, se vi pare.

Per i dettagli tecnici, detto del delizioso tocco in regia, occorre complimentarsi per la sceneggiatura firmata a sei mani con Francesco Piccolo e Francesco Bruni (tratta da un plot letterario di Stephen Amidon), e occorre elogiare anche l'interpretazione di Valeria Bruni Tedeschi - la sua Carla non si capisce mai se fa la stupida o se ci è - e di Fabrizio Gifuni. Defilata la Golino; ottima invece la ragazza, Matilde Gioli, una Katie Holmes di 15 anni fa. Bene a tratti la colonna sonora, firmata come al solito dal fratello del regista, Carlo Virzì.

mercoledì 1 gennaio 2014

Milano, sognavi di diventare Berlino ma ti sei svegliata Busto Arsizio

Insospettabilmente, l'ispirazione per l'attacco di questo post me l'ha data Mika. "Milano? Io la definisco una città nascosta". E poi ha spiegato: "Magari è piena di bei ristoranti e bellissimi locali, ma un forestiero che non li conosce deve fare mille domande prima di sapere dove sono". Milano è nascosta, Milano se la tira. Il tormentone del fatto che "di Milano si conosce solo il Duomo e Monte Napoleone, ma in realtà ha un vasto repertorio artistico-culturale" è un tormentone che  - arrivati in città per Capodanno, nell'apice della stagione turistica - non riusciamo a giustificare. Milano la snob sarà anche bella dentro, ma fuori tira il peggio di sé. 

E' brutta nei negozi della centralissima via Torino che chiudono per ferie adesso; è brutta nei mezzi pubblici notturni che non ci sono o quasi; è brutta nei quartieri ad appena un tiro di schioppo da San Babila, che in questi giorni si trasformano in quartieri dormitorio, svuotati dall'esodo dei residenti. 


La nobile aspirazione di diventare città europea fa i conti con un provincialismo esasperato. Altro che Roma e i romani burini con il loro dialetto così forte, ostentato e acusticamente greve. Il vero Provincialismo Italico è qui, nel lusso più sfrenato possibile della Galleria che cozza con i normalissimi viali di periferia 200 metri più in là. Non è un caso, infatti, che tutte le mode italiote nascano all'ombra del Duomo di Milano. (Breve interludio: adesso i lumbard di città vanno matti per le biciclette col fisso, e dire che quando la usavo io per allenarmi tutti mi davano dell'autolesionista. E come fai a fermarti? E se smetti di pedalare?)

Si fa fatica a delineare la vera identità della città, ma al tempo stesso gli unici segnali di metropoli sono il McDonald e l'immagine gigante di un iPhone 5c spiattellato su una facciata.

La grande capitale della moda e della finanza è in realtà la Provincia italiana espressa al massimo grado. Firenze, con il suo lampredotto e i suoi brigidini, è quasi più internazionale.
Come ho letto in un blog, Milano sognava di diventare Berlino ma s'è svegliata un giorno con il volto di Busto Arsizio. E basterebbe solo questa formuletta un po' simpatica un po' radical chic per commentare il Capodanno milanese e tutto ciò che vi gira attorno.

Il concertone di piazza Duomo: Pisapia ha fatto scrivere nel comunicato stampa che c'erano 80mila persone. Io ne ho percepite neanche la metà, ma lasciamo perdere. Organizzato così tanto per fare, e s'è visto. Una festa abulica, triste, con i soliti quattro bontemponi a scoppiare petardi in mezzo alla folla. Il conto alla rovescia su uno schermo più piccolo della televisione di mio nonno. Bene le transenne e i controlli all'ingresso, apprezzabilissimo il lavoro delle forze dell'ordine, ma perché allora non mettere dentro i cancelli qualche bancarella e qualche piccolo servizio Sebach. Ho visto con i miei occhi persone che hanno fatto la mezzanotte in fila ai bagni dello Spizzico. Il Capodanno al Duomo ha avuto il potere di rendere antipatico anche Elio, scarico, annoiato e visibilmente a disagio nel dovere fare da solo alcuni minuti di intrattenimento nazional-popolare. Non chiedo mica la luna. Chiedo solo qualche insegna luminosa, qualche spettacolo di luce, un presentatore a spalleggiare il buon Elio.

Comunque, per un qualsiasi turista - italiano o straniero che fosse - la serata doveva per forza proseguire altrove perché 19 minuti dopo mezzanotte già stavano smontando le casse. E via di corsa verso Monte Napoleone per prendere la metro gialla (Duomo chiusa senza avviso per motivi di ordine pubblico. E dire che a Berlino chiudono Brandeburgo con la stessa motivazione, ma lo scrivono a caratteri cubitali già dal 28 dicembre), un assalto di migliaia di persone in cerca di un passaggio fortunoso verso la movida.

E scesi a Maciachini, i cancelli della stazione si chiudono alle nostre spalle. Quasi un'ora prima dell'orario previsto. Buonanotte Milano.

Poi, per fortuna, ci sono spiragli di luce, zone di città internazionale. E il respiro torna a farsi arioso:
- via Torino, la via dello shopping sostenibile fra due file di palazzi con gusto europeo, mi ha ricordato il quartiere dello Zoo a Berlino (là però nessun negoziante si sognerebbe di chiudere il 31 dicembre!);
- corso Vittorio Emanuele II, ovattato e familiare, unica vera zona pedonale sostenibile, dove ci sta anche di concedersi qualche stravizio;
- piazza Gae Aulenti, un gioiellino nemmeno segnalato sulle mappe in cima a Corso Como. Vive congratulazioni, che sia da modello;
- i Navigli di notte, pare di essere in qualche città turistica di mare, oppure a Santa Croce a Firenze quando Santa Croce andava di moda. Basta che non vi scappi detto che l'acqua che scorre lì contiene la più alta concentrazione di cocaina d'Italia.