Nel tardo pomeriggio del 10 giugno 2012
la Sr71, la cara vecchia e nobile Umbro Casentinese che unisce
Orvieto al Passo dei Mandrioli, era deserta. Era deserta più o meno
come in questi giorni. Giocava allora l'Italia, contro la Spagna.
Europei di Polonia e Ucraina del 2012. Nel silenzio irreale del cavalcavia che “cavalca”
la ferrovia monorotaia umbra, fra Terontola e il Borghetto, Radio 105
mandò in programmazione per la prima volta Little talks degli Of
monsters and man. Un ignoto gruppo islandese che porterò sempre nel
cuore per i bpm azzeccatissimi di questo memorabile brano, memorabile
non solo per me, se è vero, come è vero, che Mtv la piazzò in
seguito come settima hit mondiale dell'anno (al primo posto svettò
il “fenomeno” Gotye, anch'esso scoperto da Radio105 e soprattutto
da AleCattelan che in quella primavera lo ruotava a sfinimento).
La strada deserta, non potevo
perdermela. L'ansia e la fibrillazione, dalle tapparelle socchiuse
per proteggere i primi tramonti caldi dell'estate. Vivere
dall'esterno, per cogliere l'essenza del rito. Quel rito che mi aveva
sommerso nell'anno di grazia 2006 a suon di gavettoni e birre al vento, ma anche – come dimenticarlo! -
nel rigore famigerato di Baggio nel 1994, quando guardavamo le
partite sul giardino del Farinella con la tv a penzoloni sopra il
balcone e tutti noi seduti sotto.
Due ondate di piena in un torrente
prevalentemente arido. Quel rito non ha mai attecchito davvero.
E' superfluo dover ammettere che mi sia
chiesto più e più volte il perché.
E che, ovviamente, non abbia mai avuto
risposta.
Per avere qualche indizio sarebbe utile metterlo alla prova,
questo non meglio identificato Rito ma, prima ancora del Rito, il benedettissimo Popolo che lo
consacra. Levare il vin dai fiaschi. Tagliare la testa al toro.
Insomma ci siamo capiti.
La guerra sarebbe meglio evitarla, non
abbiamo più il servizio di leva obbligatorio, ci facciamo male. I
terremoti sono troppo circoscritti. Le alluvioni idem. L'invasione
delle cavallette no, troppo biblica.
Adesso finalmente ce l'abbiamo, sono
passati otto anni ma mi crederete se dico che speravo ne passassero
almeno altri ottanta.
Una pan-de-mi-a.
Perdiamo partite di calcio come fossero
guerre, e guerre come fossero partite di calcio, ci bastonava in
tempi (non) sospetti il vecchio lupo Winston Churchill che forse già
immaginava nella sua capa pelata gli striscioni arcobaleno, gli
slogan simil-pubblicitari, gli hastag iorestoacasa e
l'andràtuttobene, i canti dai balconi come fossero cori da stadio.
Già si immaginava questo imponente ma vacuo Apparato Retorico, non molto diverso dal
po-po-po di berlinese memoria, mero scudo di cartone fradicio -
semplice da costruire e molto leggero - dietro il quale proteggere le
proprie paranoie egoistiche, la paura del vicino di casa infetto, il
terrore di saltare le vacanze, l'astinenza da aperitivi.
Ma col cartone non le vinci le guerre,
se il nemico sfodera spade di ferro.
Ci stanno mettendo alla prova: e allora,
coraggio. Bruciamo i cartoni e i nostri sterili orticelli, e passiamo al livello successivo. Il Noi, e non più l'Io. Facciamolo perlomeno per sbugiardare quel testone di Churchill. O per conquistare un tifoso in più.
