Rifugio Vetta, Monte Amiata, 1738 slm.
Dialogo fra cameriere e cliente donna
(con famiglia al seguito).
Cliente: “Sono stata qui tante volte,
però era dallo scorso inverno che non tornavo. Mi ricordo c'erano le
elezioni, aveva nevicato tanto nei giorni prima. [omissis] Comunque
qui è sempre uguale, non è cambiato niente rispetto a 30 anni fa”
Cameriere: “Sì, confermo. E'
desolante. Nessuna innovazione, nessun investimento, nessuna attività
per le famiglie”.
Ascolto mentre sorseggio il caffè al
termine di un pranzo tipico montanaro (diciamo che forse era quello
lo scopo primario della visita), e prima di ritornare a valle,
leggermente disorientato dalla consapevolezza di aver scoperto il
“mondo Amiata” in un'oretta scarsa.
Questo post doveva esser scritto sei
anni fa. Esattamente sei anni fa. Qualche settimana dopo l'alluvione
che fece danni nel grossetano (Albinia), organizzai una breve e
insolita gita in Maremma. Rimasto incuriosito e anche sorpreso da
questa terra che non avevo mai esplorato, spippolando su internet
trovai un portale turistico dove sulla testata era scritto “Di
cinghiali non si vive, ma di turismo sì”. Belle parole, ma...
… Ma c'è la Valdorcia, non più solo
un luogo ma un vero e proprio brand, che ha puntato tutto
sull'estetica del paesaggio e di conseguenza sulla tutela dello
stesso, con politiche quasi maniacali nella conservazione
dell'identità ambientale, il che ha implicato una certa “latenza”
di investimenti su attività, strutture e quant'altro;
… Ma c'è l'Umbria, poco più a sud,
che si è svegliata di recente (non ho studiato marketing del turismo
o una di queste materie tanto fighe, ma credo che il fenomeno sia
scoppiato improvvisamente, 7-8 anni fa, probabilmente innescato dalla
miccia Don Matteo). L'Umbria oggi riesce a far convivere con
intelligenza il turismo d'arte con la vocazione popolare, direi quasi
folkloristica, delle sue genti, nei paesi caratteristici spesso
arroccati sui cucuzzoli: Todi, Assisi, Gubbio, Spello, Spoleto. Fino
al fenomeno Rasiglia e all'over the top, Orvieto, che secondo me
rappresenta la perfezione dei borghi del centro Italia;
… Ma c'è Pienza, e qui basta il
nome;
… Ma c'è Montepulciano, una città
modello per le strategie turistiche: difficile trovare un weekend
all'anno in cui a Montepulciano non venga organizzato qualcosa;
… Ma c'è Arezzo, Cortona e
Castiglion Fiorentino che, proprio sull'esempio di Montepulciano,
hanno scoperto nel 2018 che si può fare del Natale un business
turistico (buongiorno!);
… Ma c'è il Casentino, che
certamente al contrario dell'Amiata ha una Foresta celebre e
imponente, ma che è riuscito a imporsi all'attenzione mondiale
grazie al lungo e infaticabile lavoro di una rete di enti e
associazioni sempre attivi e sul pezzo. Il Casentino è la Natura. E
attira i turisti, anche senza piste da sci. Punto.
Al centro di questi modelli positivi,
esattamente in mezzo verrebbe da dire, fra il mare – che vive di
vita propria, ma perde clamorosamente e direi secondo la maggior
parte dell'opinione pubblica il confronto in termini di accoglienza e
ricettività rispetto alla Riviera Adriatica – e il confine delle
colline della Valdorcia, delle Crete e più su del Chianti, si trova
un territorio che avrebbe un potenziale pari o addirittura superiore.
Un territorio che ha tutto: montagna, neve, sci, terme, terme
naturali, tufo, borghi, arte, folklore, storia.
Un territorio che
pare che faccia fatica a decollare, forse per mancato interesse o
forse perché, al contrario del pensiero avanguardista dell'editor
del portale turistico di cui sopra, vivere di cinghiali non è poi
così male male, in una terra autentica e suggestiva proprio perché
rude, wild. Concetto neanche disprezzabile, in fin dei conti, la Valdorcia ha adottato una prassi simile (benché lo abbia fatto CONSAPEVOLMENTE) e del
resto ognuno è padrone a casa propria.
Se non fosse che con i
forestieri, volenti o nolenti, ci si deve confrontare. Gestirli e
gestirne il transito: dai sentieri trekking mal tenuti e non
segnalati dell'Amiata (Casentino docet!) alle terme naturali
sovraffollate e senza alcun controllo, passando per la penuria di
eventi* durante le festività che non siano la classica tombola
all'oratorio di Montalcino. Lasciare tutto come deve andare non è
per forza un problema ma la “sindrome della Tristezza di
Chianciano”** è dietro l'angolo. Non solo geograficamente parlando.
*Nel ringraziare per l'ospitalità il
Piccolo Hotel Aurora di Abbadia San Salvatore, che si
contraddistingue peraltro per la splendida spa interna, ho notato che
sui tavoli della reception sono presenti brochure e volantini
informativi di eventi obsoleti e attività scadute, alcune anche da
mesi
**Non ho nulla contro gli abitanti di
Chianciano, ammesso che esistano. E proprio per questo volevo
spezzare una lancia in favore di alcuni modelli di ricettività della città in cui, in base alla mia esperienza personale, spicca Palazzo
Bandino, un bellissimo agriturismo che è tutto meno che triste.


