giovedì 29 dicembre 2016

Venezia è un cavallo a dondolo

...un cavallo a dondolo di legno, non solo e non tanto per il movimento perpetuo e oscillante delle sue viscere, ma perché il cavallo a dondolo di legno è l'archetipo del giocattolo antiquato, prestigioso e anche di valore se vogliamo: un oggetto d'antiquariato a tratti struggente per il carico di storia e sentimenti che porta in groppa; a tratti ridicolo per le limitate funzionalità del suo ruolo.

Venezia è un giocattolo d'antiquariato.

Incantevole, irrealistica, ovattata di giorno: quando ammiri la disarmante e molto faticata disinvoltura con la quale gli operai e i lavoratori di tutti i giorni affrontano le difficoltà logistiche; quando San Marco riflette in tutta la sua maestosità la luce bianca del sole accecando il povero giudizio di noi terreni; quando la leggera foschia (almeno per quanto riguarda il mio soggiorno: grazie al cielo mai troppa per definirsi nebbia!) “dilata” i lineamenti del mare e delle isolette della laguna, del cimitero e dello skyline vagamente orientaleggiante della Serenissima, trasformando la gita a Murano e Burano in un deja-vu di qualche film catastrofico di fastascienza, di quelli dove il mondo è sommerso dalle acque, oppure molto più semplicemente della veduta della Colmate di Brolio.

Misteriosa, cupa, a tratti inquietante di notte: quando le gondole nere vengono avviluppate dal canale nero e viscido come il petrolio; quando i tuoi passi risuonano chiari e distinti – senza altri rumori inquinanti, come naturalmente quello delle automobili – sugli alti muri dei palazzi, dentro vicoli stretti e piazze vuote, lì dove il pozzo centrale funziona da meridiana morta, segnando tutta la notte l'ora di un fioco lampione che non si muove, troppo angosciante per finire nelle recensioni popolari di Venezia; quando il silenzio e il buio, un buio mi vien da dire total body, mettono in luce l'anima impaurita di una città che custodisce gelosamente il suo territorio, come un uomo col suo cavallo a dondolo di quando era bambino, solo che qui – la differenza sostanziale – è che non si tratta di giocare. Ma di vivere.




Al pari di Firenze e Roma, Venezia è stuprata dalla deriva turistica e scopro l'acqua calda (salmastra, in questo caso). Ma Firenze e Roma – più Firenze che Roma - hanno fisiologicamente l'aggancio concreto con la vita di tutti i giorni, anche il turista più sbadato si accorge che esiste una Firenze fatta di fiorentini, attorno a lui. A Venezia invece si entra in un altro mondo: le strade fatte di H2O; i vaporetti confrontati sempre ai bus; i tavoloni disseminati qua e là che diresti “guarda, c'è stato un mercatino!” invece sono passerelle per l'acqua alta; la toponomastica da Monopoli; il folklore dei gondolieri.

Non ci si rende conto mai, perlomeno non sembrano farlo i turisti giapponesi, che qui dentro il giocattolino qualcuno ci vive anche tutta la vita.