...un cavallo a dondolo di legno, non
solo e non tanto per il movimento perpetuo e oscillante delle sue
viscere, ma perché il cavallo a dondolo di legno è l'archetipo del
giocattolo antiquato, prestigioso e anche di valore se vogliamo: un
oggetto d'antiquariato a tratti struggente per il carico di storia e
sentimenti che porta in groppa; a tratti ridicolo per le limitate
funzionalità del suo ruolo.
Venezia è un giocattolo
d'antiquariato.
Incantevole, irrealistica, ovattata di
giorno: quando ammiri la disarmante e molto faticata disinvoltura con
la quale gli operai e i lavoratori di tutti i giorni affrontano le
difficoltà logistiche; quando San Marco riflette in tutta la sua
maestosità la luce bianca del sole accecando il povero giudizio di
noi terreni; quando la leggera foschia (almeno per quanto riguarda il
mio soggiorno: grazie al cielo mai troppa per definirsi nebbia!)
“dilata” i lineamenti del mare e delle isolette della laguna, del
cimitero e dello skyline vagamente orientaleggiante della Serenissima,
trasformando la gita a Murano e Burano in un deja-vu di qualche
film catastrofico di fastascienza, di quelli dove il mondo è sommerso dalle
acque, oppure molto più semplicemente della veduta della Colmate di
Brolio.
Al pari di Firenze e Roma, Venezia è
stuprata dalla deriva turistica e scopro l'acqua calda (salmastra, in
questo caso). Ma Firenze e Roma – più Firenze che Roma - hanno
fisiologicamente l'aggancio concreto con la vita di tutti i giorni,
anche il turista più sbadato si accorge che esiste una Firenze fatta di
fiorentini, attorno a lui. A Venezia invece si entra in un altro
mondo: le strade fatte di H2O; i vaporetti confrontati sempre ai bus;
i tavoloni disseminati qua e là che diresti “guarda, c'è stato un mercatino!”
invece sono passerelle per l'acqua alta; la toponomastica da Monopoli;
il folklore dei gondolieri.
Non ci si rende conto mai, perlomeno
non sembrano farlo i turisti giapponesi, che qui dentro il
giocattolino qualcuno ci vive anche tutta la vita.