lunedì 18 agosto 2025

La magia delle Eolie è un bimbo che ammira la Sciara del fuoco

Premessa: sarà un diario di viaggio dettagliato e quindi non breve. La vacanza più bella della mia vita – escludendo la luna di miele, noblesse oblige – se lo meritava.

MARATEA – DIAMANTE – SAN FILI. L’avvicinamento alle isole Eolie è un intenso prologo di quasi due giorni nei quali esploriamo (improvvisando molto, in realtà) la costa degli Dei: avevamo deciso di spezzare la tratta, sia per motivi fisiologici dovuti all’infinita cavalcata verso il porto di Vibo Marina, sia per guadagnare tempo sullo spaventoso bollino nero che incombeva il sabato antecedente Ferragosto. La visita ci presenta Maratea e la veduta sul golfo di Policastro (bel gioiellino lo skywalk lungo la scogliera, struttura costruita di recente); Diamante e i suoi murales; il paesaggio blu di Tropea e soprattutto San Fili, il paese collinare di Dario Brunori, dove sorge il famigerato albero delle noci della canzone di Sanremo. Abbiamo girato tutto il paesello alle 10 di una torrida domenica mattina, paesello agghindato per la festa locale con una serie di rudi e folkloristici fantocci raffiguranti delle streghe e animato da capannelli di locals che chiacchierano intorno a fresche fontanelle d’acqua: ma l’albero delle noci, noi, non siamo riusciti a beccarlo.

LIPARI IN MOTORINO. Il centro di Lipari, come molti dei borghi popolati delle Eolie, si affaccia a sud-est. Così, quando approdiamo con l’aliscafo al porto, centro nevralgico e a tratti ingarbugliato dell’isola, in cui bambini che corrono si mischiano ai piazzisti delle escursioni e alle coppiette armate di telo che tornano dalla spiaggia. Sgassate dei motorini e macchine sgangherate a noleggio. È un vociare gioioso, da vacanza, da isola. La luce diafana e distesa di un tramonto che al porto non esiste, chiuso dalle alture che si inerpicano appena fuori dal centro città, restituisce, come riconosce subito mia moglie, delle oniriche good vibes - tentiamo di fare i giovani come gran parte della popolazione turistica di qui. 

Noi soggiorniamo a Canneto, che dista da Lipari tre chilometri ed è raggiungibile tramite bus comunale che ha una frequenza di circa quindici minuti. Verso ora di cena, al B&B Antico Palmento ci attende l’host Nicola che diverrà una sorta di mattatore della nostra vacanza, un deus ex machina che regala validi consigli e momenti memorabili. Sarà lui che la mattina del lunedì ci indicherà dove noleggiare il cinquantino e quale itinerario fare per una full immersion di Lipari: il giro include paesaggi pazzeschi (osservatorio INGV, Quattrocchi e Quattropani), qualche fermata refrigerante, fra birrette e limonate al sale, e soprattutto tre soste bagno. Valle Muria è davvero wild, ciottoli enormi e sassi piccoli, esposta ad ovest, col senno di poi non sembrerà Lipari; la più “popolare” Porticello, adiacente alla ex cava di Pomice – scenografica, per carità, ma gli scheletri dell’industria che fu non sono proprio tutta questa grazia…; e, quasi per caso, seguendo le orme di altri motorini vaganti, ecco la spiaggia della Forbice, più propriamente una caletta, raggiungibile tramite un sentiero a tratti cementato (e, credo, privato) dalla pendenza spezzagambe. Raccolta e quasi sempre ombreggiata, la Forbice è di nicchia ma vale davvero la fatica di una camminata fra i rovi per i colori variopinti dell’acqua e del fondale. Foto di rito al belvedere di Quattrocchi e poi rientriamo al tramonto, esausti.

SALINA IN NAVETTA (E TAXI). Salina resterà nel cuore. Forse è solo merito dei curiosi dettagli di arredo urbano, fra cui sculture dal gusto pop o contemporaneo che si alternano a vasi di ceramica coloratissimi e davvero fotogenici, eppure ritengo che vi sia qualcosa di più profondo, di più vero. La spiaggia dello Scario, innanzitutto, che si guadagna il premio della spiaggia migliore del viaggio. Ma anche la baia di Pollara, la baia de Il Postino di Massimo Troisi, per intendersi, che in quanto tale è “semplicemente” un’insenatura resa riconoscibile dallo strapiombo che è una parete di un vulcano sprofondato su se stesso, ciononostante ha un suo fascino autentico dovuto alla scenografia di palme e fichi d’India (colori giallastri perfettamente inadeguati all’espressione “isola verde” con cui viene definita Salina), alla scalinata di pietra, al piccolo paesello braccato dal sole che pare uscito da un film neorealista degli anni 60. 

Per assurdo, ciò che piace meno di Salina è il delirio di Alfredo, locale preso d’assalto da chiunque (chiunque!) mette piede nell’isola, noto in tutto il mondo per il suo leggendario pane cunzato… che però ha deluso le aspettative. Succede sempre così, no? E succede anche che pianifichi con dovizia di orari le corse delle navette e poi ti ritrovi a dover chiamare un taxi perché chi va da Alfredo poi deve anche tornare al porto: hai voglia te di metter navette!

CHILL LIPARI. Dopo due giorni a ritmi elevati, decidiamo di chillare (le orde di teenagers siciliani mezzinudi e dai capelli crespi di sale promuovono allegria) e calarci in un mood più rilassante: battezziamo la spiaggia delle ex Acque Bianche (nel cui stabilimento balneare si sta molto bene, complimenti) che del bianco pomice, oggi, ha solo qualche pietruzza che galleggia in mare. Classica spiaggia liparota: sassi scuri, fondale che digrada repentino e staziona sui 3-4 metri di profondità, acqua cristallina e tiepida, qualche pesciolino ma poca roba. È il momento di scoprire la città e gli aperitivi: Lipari vive di giorno e soprattutto di notte, ha una storia alle spalle, ben conservata, un apprezzato museo archeologico e un municipio sull’acropoli da cui si dominano Marina Corta, Marina Lunga e il Palinuro, la nave scuola che è attraccata eccezionalmente qui e che abbiamo la fortuna di visitare.

PANAREA E STROMBOLI DAY. Le escursioni in barca non sono il mio pane, colpa della talassofobia e di un antico ribrezzo per tutto ciò che è turismo consumistico. La gita ferragostana per Panarea e Stromboli è su uno di quei barconi da cinquanta persone che, se il comandante non spara musica dall’altoparlante, e se non ci fossero cappelli di paglia che volano, sembrano proprio barconi di immigrati, però, ahimé, a volte il fine giustifica i mezzi e questa è una di quelle volte. Innanzitutto per l’imperdibile visita alla super caratteristica Panarea: chic e ovattata, con questi golf cart che sfrecciano in mezzo a muretti bianchi e celesti, Panarea è sintetizzabile come villaggio turistico per benestanti di una qualche isoletta del Mediterraneo, con l'unica differenza di essere... aperto a visitatori esterni

Ma non solo Panarea. Le solfatare subacquee, lo sfioro degli isolotti, Strombolicchio e poi infine – non prima di aver fatto un bagnetto a Fico Grande dove la sabbia è praticamente cenere di vulcano e, finché non ti immergi con la maschera del Decathlon, non immagini come sia possibile che l’acqua, là sotto, possa essere di una purezza meravigliosa – dicevo, infine, la sciara del fuoco di Iddu che speriamo di ammirare al tramonto, mentre l'istrionico comandante spegne i motori e ci fa cullare dal placito moto ondoso. C’è, sull’orizzonte, la mastodontica nave a tre alberi di Brad Pitt.

VULCANO, (NON VOLUTAMENTE) IN MOTORINO. Doveva essere la seconda escursione privata ma l’aria di tempesta suggerisce alla compagnia Aliante di annullare l’uscita su Vulcano (faraglioni, Grotta del Cavallo, Piscine di Venere). La tempesta, di fatto, arriva e ci coglie nel corso di Lipari che quando arriviamo è una strada e quando ce ne andiamo, manco mezz’ora dopo, è un fiume. Per fortuna gli aliscafi della Liberty Lines navigano, pur con qualche malcelata difficoltà, pertanto decidiamo di visitare Vulcano “da terra” diciamo così. La pioviggine di Vulcano rende nitidi gli sbuffi vaporosi di zolfo che escono dalle rocce nei pressi della famigerata piscina geotermica, attualmente chiusa da un’ordinanza della Questura per motivi di sicurezza sanitaria (un turista diabetico, a giugno, ha rischiato di morire dopo essersi fatto un piacevolissimo fanghetto). Il puzzo di zolfo è insopportabile ma il vulcano di Vulcano regala comunque discreti scorci: noleggiamo al volo un motorino e in due ore (altra fastidiosa scadenza imposta dall’aliscafo, già) proviamo a mordicchiare qua e là tutti gli angoli dell’isola che è incredibilmente differente della vicinissima Lipari – nei colori, nella fauna e nella flora, nelle abitazioni che ricordano vagamente alcune borgate della Sardegna dell’entroterra. Non riusciamo ad arrivare sul versante sud (Gelso): abbiamo pertanto l’occasione per tornare. E non mancheremo di farlo. 

L’ultima sera propone la degustazione nella cantina più instagrammabile di Lipari (ma, a quanto capito, anche l’unica in assoluto), è la Tenuta di Castellaro creata dal nulla due decenni fa da un forestiero dotato di mezzi e capitali necessari per costruire un’azienda da dieci etichette. Da queste colline solitamente si ammira un tramonto mozzafiato su Filicudi e Alicudi. Non oggi. È piovuto, ora il cielo è color del piombo. Freddo, vento. È compito della Malvasia scaldarci. Torneremo, torneremo anche quassù.

Natura selvaggia e potente, storia arcaica, pomice che pare marmo di polistirolo e ossidiana che è cristallo nero, cenere di vulcano, palme, agrumi e capperi rigogliosi, detriti di bellezza primigenia, la cultura dell'isola che si ripete identica nelle cinque isole (non ho visto le gemelle Alicudi e Filicudi) ma ognuna in uno scenario sorprendentemente differente: le Eolie hanno una magia autentica, la magia di un bimbo che ammira la Sciara di fuoco. Spaventato e, per questo, estasiato.

mercoledì 9 luglio 2025

Una vita trascorsa a dargli la via (1)

Vi sono tante storie dietro la Storia, tanti aneddoti dietro (o dentro?) il volume di carta. Appunti che mi ero rigorosamente ripromesso di non riportare nel libro perché il protagonista del libro doveva e deve essere, per sempre, Andrea Mari.

Oggi, un anno dopo (parte 1 di 2)

IN PRINCIPIO FU LA PANTERA     Agosto 2002, prima volta in piazza del Campo. Acerbi di Siena, stregati dal brulicar’ dei popoli, timide incertezze sui colori di contrada: in quanto banali turisti da Palio, mi feci comprare un fazzoletto nel chiosco nei pressi di piazza Salimbeni. Scelse per me l’immotivata simpatia che avevo per Massimo Coghe detto Massimino. Comprai il fazzoletto rossoblu  e decisi che avrei simpatizzato per la Pantera. Due ore più tardi la carriera della Pantera venne pesantemente ostacolata dall’Oca che montava Andrea Mari detto Brio il quale afferrò per il giubbetto Massimino. Ero presente in piazza e avevo studiato diligentemente accoppiate e tutto il resto – con tanto di vademecum scritto al computer e stampato a colori -, eppure, incredibile a dirsi, questa cosa l’ho saputa meno di un anno fa.

E TU, COSA FACEVI LA SERA DEL 2 LUGLIO 2006?    Era una domenica e io mi riposavo dopo esser tornato da Adro (zona Franciacorta, anche se all’epoca la Franciacorta non era ancora il Franciacorta) dove in mattinata si era corsa l’ultima tappa della “leggendaria” 3Tre Bresciana. Guardavo il Palio in soggiorno, piedi scalzi, le gambe incrociate sulla sedia e la polo bianca da riposo del Gs Bottegone, sostenendo la “mia” Pantera, della quale, fuori in terrazza e legato alla ringhiera, sventolava il fazzoletto già abbastanza scolorito. Al mortaretto del terzo giro saltai sopra il tavolo. Incredulo. Che Palio, il Palio del secolo. Benché fossi esaltato innanzitutto dalla "mia" Pantera, fu lì che mi innamorai di Andrea Mari detto Brio. Del ghigno guascone,  dello sguardo magnetico, della monta atipica, inconfondibile, mani delicate e al contempo impavide, della sua senesità così palese e fiera. Del suo carisma che irrompeva anche al di qua del televisore.

DI NOTTE, LA SPIAGGIA    Unico Palio guardato al mare, al Bagno Delfino di CDP, 16 agosto 2009. Circondato da bagnanti di Siena, le cui contrade – inutile specificarlo – erano di riposo, allungavo il collo sopra le loro teste, sperando di non infastidirli e cercando disperatamente di distinguere le immagini che provenivano dalla misera tv appoggiata sul bancone del bar, colpita dai raggi orizzontali di un tramonto arancione. La mossa fu estenuante. Il mare diventò viola. Qualcuno si alzò annoiato trascinando la sedia di plastica, qualcun altro sbuffò. Andrea Mari detto Brio alzò il nerbo nella notte del Campo: questo lo vidi chiaro, nitido e indimenticabile. Feci il pugnetto e il tondo del sole tremò sul filo dell’orizzonte.

4 SU 8     È verosimilmente una coincidenza. Che la Lupa si sia scuffiata e abbia vinto quattro Palii  dal 2016 al 2024 (nello specifico 4 su 8 corsi: un Palio ogni due Vallerozzi lo ha riportato a casa!) è indubbiamente una coincidenza nel mondo reale. Eppure. Eppure il Palio si nutre di scaramanzie, segni, sortilegi, di paranoie e di paranormale, di pegni e di contrappassi, il Palio è esoterismo, il Palio accarezza le nostre paure e le nostre gioie più ancestrali. Talvolta io credo, perché ho bisogno di crederlo, che luglio 2013 non può non aver influito sui successivi avvenimenti.

RESPIRARE L'ARIA DI PALIO     È il primo luglio 2016. A zonzo per le viuzze
adiacenti a Banchi di Sopra, quasi sovrappensiero, ci imbattiamo in una tavolata rumorosa e festante fuori da una trattoria. Riconosco alcune personalità di Siena, dal giornalista Masoni a Cianchino, qualcuno strimpella qualcosa alla chitarra. In piedi, a menare le danze, c’è Andrea Mari detto Brio. Ma che ci fa qui? Pensai, col desiderio inconfessabile di fermarmi ad ascoltare. Volevo respirare l’aria di Palio, rispose lui a Brontolo, giorni dopo, in quella significativa intervista a Vescovado nella quale lui vestiva una semplice canotta bianca. C'è stato un altro personaggio che viene ricordato per questa canotta, immagine così dirompente nella sua assoluta purezza, e per il magnetismo, la classe, la voglia di vivere, il desiderio ardente di dargli sempre la via. Si chiamava Freddie. E' inopportuno, lo so, ma ho sempre voluto pensare che ci sia un sottilissimo filo che lega tutte quelle persone straordinarie destinate a vivere sempre nel ricordo degli altri.

lunedì 19 agosto 2024

Villasimius, il faro che illumina di glamour il sudest della Sardegna

L'organizzazione turistica

Se immaginiamo la Sardegna come il quadrante di un orologio, potremmo spiritosamente affermare che dalle ore 13 di San Teodoro alle ore 18 di Cagliari, l'isola viva di una pacifica siesta turistica interrotta solo dal campanile imperioso di Villasimius che suona alle 17, circa. Ma volendo usare altre similitudini, più che un campanile Villasimius è un faro, che col suo fascio di luce glamour illumina tutto il sudest della Sardegna. Il paese polarizza radicalmente i flussi dei visitatori dal Golfo del Baunei (che gioca la partita su un altro terreno e che per questo, magari non oggi, merita un capitolo a parte) a Cagliari appunto. Il risultato è che attorno a un epicentro gravido di vita -confortevole, contemporanea, internazionale- che strizza l'occhiolino al target benestante e soprattutto al target di chi si ritiene benestante, si sviluppano chilometri di costa wild, dove l'uso intenzionale del termine straniero vuole affossare nello stesso concetto le accezioni di "selvaggia" e "abbandonata a sé stessa". 

Alla mente sovviene l'esempio di Piscina Rei che sorge poco a nord di Costa Rei (a proposito: Costa Rei è un paese che ha una sua ragion d’essere o solo un agglomerato di residence cresciuto come erba gramigna nel granito?), e che avrebbe tutti i requisiti per diventare, che so, Porto Giunco, la Cinta di San Teodoro, il Poetto di Cagliari o Alimini in Salento. Invece, qui, oltre ai rifiuti devi riportarti a casa pure i bisogni fisiologici. Il che, attenzione, forse è anche un bene per l'ecosistema e tutto il carrozzone. Ma non è un bene per Punta Molentis, molto più sfruttata, che a mia modestissima sensazione appare nel 2024 decisamente in "affanno respiratorio", mettiamola così. Tornando al faro, quindi, non è chiaro se è stata più forte l'attrazione naturalistica o la capacità delle istituzioni nel valorizzarla (sottolineo istituzioni: basti osservare la cura delle aiuole o dei cartelli stradali per rendersi conto che solo l'iniziativa dei privati non avrebbe permesso tutto questo), ma è invece evidente il risultato: Villasimius è egemone e ci tiene a comunicartelo.

Lodevole la rete segnaletica e informativa per le spiagge, nonché la gestione pressoché militare degli accessi: impossibile perdersi e altrettanto difficile giustificare comportamenti poco civili con le classiche scuse "mi perdoni vigile ma non sapevo dove parcheggiare!" oppure “dove getto la spazzatura? non ci sono i bidoni per la differenziata!”. Mi ha invece fatto storcere il naso il meccanismo del numero chiuso applicato a tre spiagge: probabilmente sono sì a numero chiuso, ma è un numero comunque troppo elevato e soprattutto non garantisce priorità per chi ha prenotato (e pagato!) mesi prima.

 

Le spiagge

Letteralmente, in una settimana fai fatica a visitarle tutte. Lascia perdere recensioni e i post acchiappacuoricini su Facebook che naturalmente l'algoritmo ti proporrà: rischi di distrarti. Capisci che a Villasimius nessuna spiaggia è uguale ad un'altra per esposizione, terreno, colore dell'acqua, profondità e che, cosa più importante di tutte, le condizioni variano quotidianamente in base al meteo e ai venti.  

Porto Giunco è enorme, organizzata, per famiglie, per tutti. Sa Ruxi forse la più preziosa, abbina sabbia e scogli, è riparata dai venti di settentrione da una corroborante vegetazione (all'interno della quale sorge uno dei bar balneari più carini che abbia mai visto). Punta Molentis è il quid wow, l'attrazione per Instagram, un istmo bagnato da due mari con fondali contrapposti e caratterizzato da una sabbia durissima: sapete che vi dico? In fondo pensavo meglio (la meta intendo, non la sabbia). Ecco perché dico di non farsi trasportare dalle recensioni. Cala Sinzias è un po' l'approdo vip dei semi-vip che non vogliono sfilare in centro, mi sono fermato in un pomeriggio di nuvole basse che non rendeva merito ai colori. Di Piscina Rei ho già scritto: fa impressione per quanto è... infinita, infinita come il turchese delle sue acque. Infine Cala Caterina, raccolta, silenziosa e inspiegabilmente snobbata, a cui si accede da una stradina di pietre sconnesse su cui si affacciano graziose casette con giardino. Cala Caterina è la mia preferita, per i pesci, per il fondale, per l'intimità.

 

Il paese

Secondo un’interpretazione molto accreditata, il termine simius deriva da semus (scemato, scomparso), riferito all’abbandono degli indigeni all’epoca delle razzie dei Saraceni. Banalmente parlando, potremmo qui leggere un precedente storico a quello che sta avvenendo attualmente con l’assedio di visitatori, non più solo arabi ma provenienti da tutto il globo? Potremmo farlo ma non vogliamo. Godiamoci la vacanza. Villasimius sta al sudest della Sardegna così come via del Mare sta al paese. C'è solo una strada, centrale, pulita, presidiata praticamente 24h dai vigili urbani e che pare aver ricevuto recentemente un significativo restyling.  Dal centro storico a monte, via del Mare punta in discesa, dritta e diretta in spiaggia, e catalizza la vita sociale. Tutto attorno il nulla o quasi: gli arcinoti villaggi turistici sono confinati a valle; sulla collina invece villette e palazzine nuove e nuovissime che si ripetono con riconosciuto gusto urbanistico ma altrettanto evidente retrogusto che sa di artificiale o artificioso. L'occhio meno esperto fatica a distinguere i residence dai condominii dei residenti, e capirai che tragedia, direte voi; e ok va bene avete ragione, ma ci pensate a un qualunque borgo medievale della Toscana che presenta edifici storici e hotel con insegne luminose senza soluzione di continuità all'interno delle mura? Ah, dite che già succede questo in alcune città? Ok cambiamo discorso, non prima di aver fornito un dato incontrovertibile: la popolazione, normalmente di circa 2.500 residenti, a luglio ed agosto aumenta fino a circa 30.000 presenze. Avete capito bene: decuplica.

 

Food & beverage

Il proprietario dell'azienda vitivinicola che abbiamo visitato non ha avuto riguardi: "A Villasimius si mangia male, ma male proprio". Mancherebbe, secondo lui, una visione culturale della ristorazione: i locali hanno cavalcato il boom del turismo adeguandosi tout court alle richieste di comodo dei forestieri e da lì non sono (ancora?) tornati indietro. Prova ne è che l'unico ristorante tipico che siamo riusciti a testare, un ranch dall’atmosfera verace a tre chilometri dal centro, fa solo apertura stagionale. Sono del resto rarissime le attività agricole e enogastronomiche a km zero aperte al pubblico, magari per degustazioni (io direi formaggi, ad esempio!). 

E quindi cosa mangiano gli autoctoni? In un luogo di mare di appena tremila anime che non può assicurarsi con facilità neanche il pescato locale (ricordo che siamo dentro il Parco Nazionale di Capo Carbonara), è forse comprensibile, e spero di non sparare puttanate, che non si sia mai dato troppo peso alla tradizione gastronomica. A parte la caratteristica sa costedda, semplice ma molto gustosa schiacciata con pomodoro e cipolle che sembra non essere conosciuta nelle altre zone della Sardegna, per il resto si mangia quel che c'è, e sarebbe un perfetto compromesso, almeno finché il "quel che c'è" non assume i lineamenti di una piadina con il San Daniele.